S.S. 17 Foggia-Lucera Km 329 | 71036 Lucera (Fg) | Italy

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Le Città

Lucera

(Testi e foto dal sito web istituzionale della città)

Storia di Lucera

piazza-duomoLucera, a 18 Km. da Foggia, ha origini antichissime, testimoniate ancora oggi da reperti che risalgono al neolitico, all’età del bronzo, alla presenza dei Greci, dei Dauni fino all’epoca romana e imperiale. Alleata di Roma contro i Sanniti, Lucera venne elevata a colonia di diritto latino; colonia militare in epoca augustea, nel I secolo a.C. Marco Vecilio Campo vi fece costruire in onore di Ottaviano il maestoso Anfiteatro. Dominata dai Normanni fino al 1200, la storia della città si intrecciò con quella degli Svevi ed in particolare con quella di Federico II, che fece della città una delle roccaforti del suo potere e vi trasferì, nel 1224, una colonia della popolazione saracena dalla Sicilia.
Lucera sorge su tre colli, sul più alto dei quali, il Monte Albano, Federico II fece costruire la sua splendida dimora imperiale, il Palatium (1233), circondato, dopo la sconfitta degli Svevi ad opera degli Angioini (1268), da imponenti mura a formare la maestosa Fortezza svevo-angioina che ancora oggi domina la città.
Negli anni della presenza federiciana, Lucera visse un periodo di grande sviluppo civile ed economico e si arricchì di splendide testimonianze dell’arte musulmana di cui ancora oggi si ritrova traccia, per esempio, visitando la torretta saracena del XIII secolo e la Via alle Mura nei pressi di Porta Troia.
La Basilica Cattedrale, magnifico esempio di stile gotico-angioino, è sorta agli inizi del ‘300 per celebrare la vittoria degli Angioini sui Saraceni e dedicata a Santa Maria, patrona della città. Dello stesso periodo è la Chiesa di San Francesco, oggi Santuario. Anche in epoche successive Lucera svolse un ruolo importante nell’economia del territorio: fu capoluogo della Capitanata e del Contado del Molise fino al 1806 e nel tempo si arricchì di nuove istituzioni, come il Tribunale, la Biblioteca Civica, il Teatro “Garibaldi”, il Museo “Fiorelli”, il Convitto Nazionale “Bonghi” e numerosi palazzi gentilizi, che conservano ancora oggi splendide corti, arredi sontuosi ed affreschi originali.
Attualmente la città conta più di 35.000 abitanti, ha il titolo di Città d’Arte ed è stata inserita tra le Città Europee di Eccellenza 2007 con il progetto EDEN della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ un importante centro culturale ed amministrativo della Provincia di Foggia e per la sua posizione strategica nel territorio conserva l’appellativo di Chiave di Puglia.

Da visitare a Lucera

Fortezza Svevo AngioinaAnfiteatro RomanoMuseo Civico G. FiorelliBasilica CattedraleBasilica San FrancescoTeatro GaribaldiAltri luoghi
Torre della ReginaSul colle più alto di Lucera, dove sorgeva l’acropoli romana, si estende la Fortezza Svevo-angioina, baluardo verso i monti del Subappennino dauno e osservatorio militare sull’intera distesa del Tavoliere delle Puglie. Esempio di fusione tra arte e fortificazione, la Fortezza è una vera miniera archeologica; è un sito antichissimo, nel quale sono visibili tracce di epoche diverse: capanne neolitiche, ruderi del periodo romano e di quello svevo, condotti idrici, resti di una Chiesa ad una navata con sacrestia attigua, dedicata a San Francesco d’Assisi. Durante il periodo svevo Federico II trasferisce a Lucera, tra il 1223 e il 1233, consistenti nuclei della popolazione saracena dalla Sicilia e costruisce il Palatium imperiale. A seguito della sconfitta degli Svevi ad opera di Carlo I d’Angiò (1268), gli Angioini costruiscono una cinta muraria, lunga 900 metri, in cui viene inglobato il sontuoso Palazzo federiciano, creando così una Fortezza, una vera e propria “cittadella militare” autonoma. La cinta è rinforzata da 22 torri e resa inaccessibile da un profondo e largo fossato, che la separa dal paese e alle cui estremità si ergono la Torre della Leonessa e la Torre del Leone. Alla Fortezza si accede da Porta Lucera attraverso un ponte di legno e ferro costruito nel 2000 in occasione dell’anno giubilare.
IL PALATIUM FEDERICIANO: Federico II diede inizio alla costruzione del Palatium intorno al 1233 sul Monte Albano di Lucera. Esso rappresentava un importante avamposto del “sistema castellare svevo” posto a tutela del Tavoliere, un’area militarmente ed economicamente importante per la produzione cerealicola e vitivinicola, nonché di grande interesse venatorio (area di caccia). Del Palatium federiciano si conserva, oggi solo lo zoccolo di base che corrisponde al vano magazzino, il muro a scarpa con le 9 feritoie per lato, corrispondente alla “galleria dei tiratori”, una semivolta a crociera, il piano del cortile con il bacino centrale che accoglieva la vasca di una fontana. Le quattro ali abitative, che costituivano il corpo centrale del complesso, si elevavano su tre livelli. Quello inferiore, che dava sul cortile interno, era disposto alla stessa quota della galleria degli arcieri. Gli altri due piani emergevano dal cammino di ronda. La pianta del terrazzo, per un sapiente gioco di archi ogivali, realizzati nei quattro angoli del cortile all’altezza dell’ultimo piano, si trasformava, all’interno, in ottagono, anticipando così lo schema di Castel del Monte. Il Palatium federiciano esplicava, per la sua configurazione formale e strutturale, una duplice funzione: all’esterno, quella di un vero e proprio castello, minaccioso ed inaccessibile; all’interno, quella di una fantastica e lussuosa dimora imperiale. Qui l’imperatore svevo, immerso nel verde dei boschi e dei pascoli dauni, veniva a ritrovare pace e serenità e a comporre versi poetici.
Anfiteatro RomanoUno dei periodi più fiorenti per la città di Lucera è stato quello romano: colonia di diritto latino nel 314 a.C. con larga autonomia, diritto di conio, propria magistratura; in età augustea, con una seconda deduzione coloniale, la città registra un profondo rinnovamento culturale ed urbanistico, cui segue una monumentalizzazione della città. Testimonianza monumentale della Luceria romana è l’Anfiteatro, che sorge al margine orientale della città. É straordinariamente conservato, realizzato per un pubblico numeroso, con un’originaria capienza tra i 16.000 e i 18.000 spettatori. Situato in una depressione naturale del terreno, di pianta ellittica, all’esterno lungo 126,8 metri e largo 94,5 metri circa, l’edificio ricostruisce il profilo di una città vitale in età romana. Edificato in età augustea, come racconta l’epigrafe dedicatoria dell’architrave, su terreno privato e a spese di Marco Vecilio Campo, membro di una nota famiglia lucerina, tribuno militare, prefetto dei fabbri, duoviro iure dicundo, e da questi offerto all’imperatore Ottaviano Augusto e alla colonia di Lucera, l’Anfiteatro testimonia in tal senso l’adesione della comunità locale al programma politico dell’imperatore. Si accede all’interno dell’arena, che misura 75,20×43,20 metri, attraverso i due grandi portali, identici nella struttura, abbelliti con colonne ioniche, sormontate da un maestoso architrave e da un frontone decorato a bassorilievo. Al termine delle scalinate si trovano gli spoliaria, ambienti utilizzati per la preparazione degli atleti, dove sono visibili tratti di “opus reticulatum”. Due ingressi secondari si aprono alle estremità dell’asse trasversale e immettono direttamente nell’arena, delimitata da un canale di displuvio e dal podio, all’interno del quale si aprono quattro carceres. Al di sotto dell’arena si sviluppa una galleria sotterranea che si amplia in tre fosse, che erano destinate ad ospitare servizi, animali e macchinari utilizzati negli spettacoli ludici. Il monumento ha subito una risistemazione intorno alla fine del I sec. d. C. o gli inizi del II sec. d. C.
Distrutto nel 663 d.C. da Costante II, è stato riportato alla luce attraverso una serie di scavi, iniziati nel 1932 e terminati col restauro nel 1948.
Un ulteriore intervento di recupero e restauro, realizzato con finanziamenti dell’A.P.Q. Regione Puglia “Beni culturali Sistema delle aree Archeologiche” iniziato nel 2006 e concluso nel 2009, ha consentito una più adeguata valorizzazione del monumento, anche per manifestazioni e rappresentazioni nel settore culturale e dello spettacolo, realizzando nel settore curvo occidentale degli spalti gradonati, per una capienza di circa mille posti a sedere, ed una zona, nell’anello superiore, destinata alle persone diversamente abili.
museo-fiorelliNel settecentesco palazzo Cavalli – de’ Nicastri, è situato il Museo civico “Giuseppe Fiorelli”. Intitolato all’archeologo Giuseppe Fiorelli (1823-1896), che fu senatore del Regno, primo organizzatore di scavi sistematici nell’area di Pompei e autore di numerose monografie di vario argomento.
Il Museo fu istituito nel 1905 ad opera di alcuni privati ed ebbe come prima sede due sale del Palazzo Municipale, e solo nel 1936, fu trasferito nell’attuale sede in via de Nicastri.
cattedrale-internoSconfitti i Saraceni nel 1300, Carlo II d’Angiò fece costruire la Cattedrale, probabilmente sui resti di una moschea saracena. Da sempre attribuita all’architetto Pierre d’Angicourt, fu costruita ad opera di maestranze pugliesi e francesi alle dipendenze dei Maestri muratori Nicola Di Bartolomeo e Gualtiero da Foggia.
Dedicata a Santa Maria dell’Assunta, patrona della Città, in suo onore, la “Luceria Saracenorum” fu chiamata “Civitas Sanctae Mariae”. Fu dichiarata Basilica Minore nel 1834 e Monumento Nazionale nel 1874.
Il prospetto asimmetrico, con tre portali, è delimitato da un torrioncino e da una torre campanaria quadrata, con monofore e bifore, che regge una lanterna ottagonale. Il portale centrale è corredato da due colonne in marmo verde con capitelli; nella lunetta sovrastante è inserita un’edicola mariana. Nella parte superiore del portale, a metà del 1600, venne posta una statua di San Michele, con due angeli ai lati; sul portale fa mostra di sé lo stemma angioino. La pianta è a croce latina; le tre navate sono divise da due file di colonne schiacciate di travertino, mentre le absidi e il transetto hanno gli archi scanditi da colonne di marmo caristio. All’ingresso della navata di sinistra, l’attenzione del visitatore cade sull’artistico battistero del 1400 e sul ciborio finemente lavorato. Il Battistero, in pietra alluvionale, con basamento in ocra rossa, è chiuso da una cupola ottagonale retta da quattro colonne. Lungo la navata destra è collocato il pulpito, costruito con un sarcofago cinquecentesco appartenente alla famiglia Scassa. Ai lati del transetto si ammirano i meravigliosi altari settecenteschi in marmi policromi di San Rocco a destra e di Santa Maria a sinistra. Accanto all’altare di San Rocco vi è quello della famiglia Caropresa, abbellito da una pala seicentesca dell’artista napoletano Fabrizio Santafede, raffigurante l’Assunta. A sinistra dell’altare di San Rocco, all’interno di un armadio del primo ‘900, vi è una statua di legno raffigurante San Raffaele. Nell’abside di destra, la Cappella Gallucci racchiude la statua di un personaggio dormiente; vi è inoltre un monumento sepolcrale risalente al 1300 raffigurante un cavaliere angioino, indicato come Carlo II d’Angiò o come Pipino da Barletta. La famiglia Gallucci, nel XVII sec. fece affrescare la cappella con un ciclo di dipinti dedicati al martirio degli Apostoli, attribuiti da molti studiosi a Belisario Corenzio. Notevole è l’affresco del XV secolo raffigurante il Volto Santo; molto venerato è il Crocefisso ligneo di scuola renana, probabilmente del 1400. L’abside centrale è ricca di affreschi realizzati a cavallo tra il XVI e XVII secolo: a sinistra di chi osserva vi è La Dormizione della Vergine, a destra L’Assunzione; la volta, divisa in sei costoloni, ospita l’affresco della Incoronazione. Sono inseriti sulla volta del presbiterio anche quattro medaglioni, dipinti per onorare la memoria dei quattro santi vescovi lucerini: Basso, Marco, Pardo e Agostino. In alto, al centro del coro, sulla bifora centrale vi è lo stemma in pietra del Vescovo Fabrizio Suardo (1619-1637). In questo splendido scenario, al centro dell’abside, si trova l’altare maggiore, la mensa di Federico II proveniente da Castelfiorentino, a pochi chilometri da Lucera, dove lo svevo morì il 13 dicembre 1250. La mensa è formata da una singola lastra ed è sorretta da sei colonnine con capitelli di raffinata fattura. Il coro ligneo sostituì il precedente coro in pietra e fu realizzato nel 1799 da Nicodemo De Simone. Nell’abside sinistra, la Cappella semiottagonale della Famiglia Gagliardi, detta anche Cappella del Sacro Cuore, contiene anch’essa notevoli affreschi di autore ignoto che raffigurano episodi dell’infanzia di Gesù. All’interno della cappella sono conservate, in un’urna d’argento, le reliquie del Beato Agostino Kazotic, croato, domenicano, Vescovo della città dal 1322 al 1323, il quale ebbe il merito non solo di riappacificare la città islamizzata, ma anche quello di convertire i restanti infedeli che non si erano convertiti al Cristianesimo. Il lato sinistro del transetto è dedicato all’altare di Santa Maria, notevole esempio dell’arte barocca di fine ‘700, realizzato con marmi pregiati: nella nicchia sovrastante si trova la statua lignea di Santa Maria Patrona, molto venerata dai lucerini. La statua risale al 1300 e raffigura la Vergine, vestita con un manto ad arabeschi, che regge con il braccio sinistro il Bambino in piedi e, nella mano destra, porta le chiavi della città. Nello stesso lato del transetto si trova l’altare della Famiglia Giannini, anch’esso in stile barocco, che nella parte superiore racchiude una pala secentesca, d’autore ignoto, raffigurante Sant’Anna, Gioacchino e la Sacra Famiglia. Accanto all’altare vi sono altre due preziose pale, San Francesco e la Crocifissione. A destra di chi guarda, sotto una lapide ornata di uno stemma, si trova il sepolcro della famiglia Mozzagrugno.
san-francescoLa Chiesa di San Francesco fu fatta costruire, in un periodo di rinascita alla cristianità per Lucera, da Carlo II d’Angiò in onore di San Francesco d’Assisi. I lavori, iniziati nel 1300, terminarono nel 1304. Mentre la chiesa presenta ancora la sua configurazione originaria, il convento, costruito a sinistra dell’abside, con la soppressione degli ordini religiosi possidenti (1809), fu dapprima adibito a sede dell’Archivio e della Camera notarile e poi inglobato, tranne alcune stanze, nel Carcere giudiziario. Nella prima metà del Settecento la chiesa, ridotta in rovina da intemperie e terremoti, per interessamento del Padre Maestro, frate francescano lucerino, subì dei restauri in stile barocco; tra il 1936 e il 1943 un nuovo intervento architettonico la riportò allo splendore primitivo. Nella chiesa, dalle linee semplici ed austere, si fondono elementi romanici e gotici, infatti ha il prospetto a capanna di tradizione romanica, adornato da un ampio portale gotico leggermente strombato su cui spicca in alto lo stemma angioino e da un delizioso rosone a sedici raggi ricostruito nel 1943. L’interno, spazioso e bianco, ha la forma più semplice delle chiese francescane, è ad una sola navata ampia, altissima, coperta da un soffitto a capriate lignee e illuminata da quattro monofore ogivali. L’abside, separato dalla navata da un arco trionfale in pietra tiburtina (18 m.), presenta una pianta pentagonale, con volta costolonata a semiombrello, prende luce da tre finestroni gotici ed esternamente è rafforzato da contrafforti angolari. E’ decorato da affreschi che ripropongono il tema narrativo della Passione. Di notevole pregio artistico, sotto il finestrone di destra, una bifora in gotico fiorito, che fa da degna cornice ad un’Annunciazione del 1300, un’opera d’arte di grande semplicità. Al centro dell’abside sotto un modesto altare (1942), che ha sostituito quello più antico in marmo, in un’urna di bronzo, si conserva e si venera il corpo di San Francesco Antonio Fasani, conosciuto da tutti come il Padre Maestro e canonizzato il 13 aprile 1986 da Giovanni Paolo II. Due tele raffigurano i miracoli attribuiti al Santo per procedere alla sua beatificazione (15 aprile 1951) e in un armadio si conservano i suoi vestiti logori e il cilicio, che indossava per fare penitenza. In alto, lungo la vasta navata, tracce di affreschi settecenteschi, ricoperti da un velo d’intonaco, narrano episodi della vita di San Francesco d’Assisi.
Nella chiesa sono custodite altre opere d’arte e le epigrafi che ricordano le ricche famiglie benefattrici (De Nicastri, Scoppa, Nocelli, Lombardo). Cinque altari laterali settecenteschi in pietra arenaria, lavorata a fiorame contengono le statue lignee di San Francesco (1713) e l’Immacolata (1718), opere di Giacomo Colombo; l’Ecce Homo (1500), il Crocifisso (1600) e Sant’Antonio da Padova (1943). Due tele di scuola napoletana del secolo XVIII di Girolamo Gennatempo, che raffigurano S. Gennaro e la Madonna della Provvidenza si ammirano sulla parete d’ingresso.
Poiché conserva le reliquie di San Francesco Antonio Fasani, la Chiesa di San Francesco è stata dichiarata Santuario diocesano nel 2001; nel novembre del 2008, invece, è stata dichiarata “Monumento Testimone di una Cultura di Pace”. Nel periodo 2002 – 2005 la Chiesa è stata sottoposta ad un’ulteriore ristrutturazione della zona absidale e del campanile e restauro degli affreschi.
teatro-garibaldiIl Teatro “Garibaldi” è situato all’interno del Palazzo Mozzagrugno, sede centrale della Casa Comunale, in Corso Garibaldi. Sorse nel 1837 su progetto dell’architetto Oberty. Originariamente intitolato a Maria Teresa Isabella di Borbone si chiamò “Real Teatro Maria Teresa Isabella”, venne successivamente dedicato a Garibaldi. La sala era di forma semicircolare, con una platea di circa 100 posti, due ordini di palchi, uno di 10, l’altro di 11 posti ed una galleria fornita di due file di panche. L’interno del teatro fu fastosamente decorato da artisti provenienti dalla Capitale del Regno e fu da tutti ritenuto un vero gioiello dell’architettura e della decorazione. L’inaugurazione avvenne la sera del 7 giugno 1838 con una duplice rappresentazione: la “Lucia di Lammermoor” di Donizetti e poi “La Sonnambula” di Bellini. Nel 1903 fu previsto l’ampliamento del Teatro con un progetto dell’ing. Angelo Messeni che si stava occupando della realizzazione del Teatro “Petruzzelli” di Bari. Il nostro teatro divenne il gemello in miniatura del “Petruzzelli”. Inaugurato sotto questo profilo nel 1908 il teatro ebbe un periodo di grande fervore artistico cui seguì un totale abbandono durante le guerre. Utilizzato solo sporadicamente, fu chiuso definitivamente alla fine degli anni ’40. Nel 1977 venne approvato il progetto di recupero dell’edificio. Il completamento definitivo dei lavori si è avuto a inizio 2005. Il Teatro, splendidamente restaurato, è stato inaugurato nel marzo 2005; nel 2006 (gennaio-aprile) è stata organizzata la prima stagione di prosa dopo il definitivo recupero.
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Piatti Tipici Lucerini

AntipastiPrimi piattiSecondi piattiContorniDolci
acquasale
L’AKKUESALE (L’acquasale)
Questo era il piatto tipico dei contadini delle nostre campagne. Nacque dall’esigenza di non gettar via il pane raffermo, ed essendo un piatto semplice, riempiva ed allietava allo stesso tempo le tavole dei ceti meno abbienti.
Oggi è diventato un piatto ricercato ed è inserito nei menù di numerosi ristoranti e trattorie.
Ingredienti: fette di pane raffermo, pomodorini freschi, olive nere, pezzetti d’aglio, cipolla a fette, qualche
fettina di cetriolo, origano, olio d’oliva, sale fino.
Preparazione: perché riesca nel migliore dei modi, è necessario utilizzare pane sodo e raffermo. Bagnarlo per
pochi attimi in acqua salata in modo da non ammorbidirlo troppo. Sgocciolarlo ben bene, tagliarlo a piccoli pezzi, aggiungere i pomodorini freschi e le olive precedentemente snocciolate. Condire con olio extravergine d’oliva, con sale, aglio o cipolla tagliati a pezzetti ed origano. E’ preferibile, in una zuppiera, preparare prima il condimento per farlo insaporire maggiormente. Servire fresco dopo due ore.
U CAVEDILLE (La bruschetta)
Ingredienti: fette di pane, olio, sale, origano e pomodoro.
Preparazione: Arrostire alla griglia le fette di pane, cospargerle di aglio, pomodoro, sale, origano e olio.
‘A FELLATE
Ingredienti:uova sode, salame, prosciutto crudo, qualche acciuga sott’olio, nodini di burro, olive e sottaceti.
PIZZEFRITTE (pizzelle)
Pasta fresca fritta in olio d’oliva, con ripieno di ricotta si aggiungono uova, prezzemolo e formaggio grattugiato; pizza al pomodoro, con cipolla o con i “ciccioli”(pezzetti di lardo di maiale sciolti in padella); frittelle (i péttele).
‘A LICE SALATE (acciughe salate)
Ingredienti:acciughe lavate, spinate e condite con olio, pepe, prezzemolo e qualche goccia di aceto.
I VULIVE NEREVE O VERDE (olive nere o verdi)
Olive verdi condite con aglio, prezzemolo e peperoncino.
orecchiette-rucola
I CIKATILLE K’A RUKELE E/O K’Ì FENUCCHJETTE (orecchiette con ruchetta o con i finocchietti)
Ingredienti: semola, uova, rucola o finocchietti, olio e peperoncino o sugo di pomodoro.
Preparazione: lessare la rucola o i finocchietti insieme alle orecchiette fatte in casa, scolare il tutto a cottura ultimata. A parte far soffriggere l’olio con aglio e peperoncino e far saltare in padella o condire con sugo di pomodoro. Questi tipi di verdure crescono spontaneamente, oltre che nelle campagne lucerine, anche all’interno del Castello di Lucera e dell’Anfiteatro romano. Sono in tanti a conoscere il detto: “Chi se magna ‘a rukele d’u kastille réste a Lucére”.
‘A KEKOZZE GIALL ARRAKANATE (zucca gialla insaporita con origano)
Ingredienti: zucca gialla, mollica di pane, formaggio, olio d’oliva, aglio, prezzemolo, origano e sale quanto basta.
Preparazione: In una teglia oleata disporre a strati la zucca tagliata a piccole fette, la mollica di pane, il formaggio, l’aglio e il prezzemolo finemente tritati. Aggiungere origano, olio d’oliva e poca acqua. Cuocere in forno a 180° per 20/25 minuti. Servire ben caldo e a tranci.
I CIKATILLE K’A RECOTTE TÒSTE (orecchiette con ricotta dura)
Ingredienti: semola, uova, sugo di carne o di pomodoro, basilico, ricotta dura.
Preparazione: lavorare a mano e lessare le orecchiette in abbondante acqua salata; a cottura ultimata, scolare bene e condire con il sugo di carne mista o sugo di pomodoro, a seconda dei gusti, basilico e ricotta dura grattugiata.
“I CIKATILLE K’Ì VRUKKULE DE RAPE Ò K’Ì VRUKKULE NIREVE (orecchiette con i broccoli di rape o con i broccoli neri)
Ingredienti: semola, uova, rape o cavoli, olio e peperoncino. Preparazione: lavorare a mano e lessare le orecchiette insieme a rape o cavoli, scolare bene il tutto a cottura ultimata. A parte far soffriggere l’olio con aglio e peperoncino e far saltare in padella.
I TRUCCHJELE K’U RAGÙ (i troccoli col ragù)
Ingredienti: semola di grano duro, qualche uovo, ragù di carne e formaggio grattugiato.
Preparazione: si impasta e si stende la pasta sull’asse di legno col matterello e la si taglia col troccolo (speciale matterello d’ottone dentellato munito di scanalature circolari), da cui la pasta prende il nome. Viene condita con sugo di carne mista e formaggio grattugiato. Per tagliare la pasta, si può utilizzare anche la “chitarra”, uno speciale strumento fatto in legno le cui corde in acciaio servono a ridurre la pasta in filamenti.
U TEMBANE (pasta al forno) Ingredienti: rigatoni, sugo di carne, polpettine di carne macinata, scamorza fresca a fette, uova sode e formaggio grattugiato.
Preparazione: lessare la pasta al dente, condire il tutto con sugo di carne, disporre a strati la pasta e su ognuno di essi aggiungere tutti gli ingredienti. Mettere in forno a cuocere e far rosolare la parte superiore.
“I MAMBRIKULE” (pasta di semola)
Ingredienti: semola, uova, prezzemolo, formaggio, carne e pomodoro.
Preparazione: impastare la semola con uova, prezzemolo, formaggio, poi sminuzzare a mano l’impasto ottenuto. Condire con sugo di carne o lessare in brodo di carne a seconda dei gusti.
“I LAGHENE K’Ì FAFE” (tagliatelle con fave secche)
Ingredienti: semola, uova, fave secche, olio e peperoncino. Preparazione: mettere a bagno le fave e lessarle. Lavorare a mano le tagliatelle, poi lessarle e mescolare con le fave, da parte soffriggere l’olio d’oliva e peperoncino e mescolare il tutto.
“U PANEKUTTE K’Ì JÉTE” (pancotto con bietole)
Ingredienti: bietole, pane raffermo e sugo di pomodoro.
Preparazione: pietanza popolana, per la quale si utilizza pane raffermo, lasciato lessare per due minuti in acqua contenente le bietole già cotte, scolare il tutto e condire con sugo di pomodoro.
I KEKOZZE K’ E L’OVE (zucche con le uova)
Ingredienti: zucche verdi lunghe, uova, aglio, prezzemolo, formaggio, pepe.
Preparazione: privare le zucche della buccia, tagliare a pezzi e cuocerle nel sugo di pomodoro, a metà cottura battere le uova col prezzemolo, pepe e formaggio ed amalgamare tutto.
I CIUKURJELLE K’ E L’OVE E K’ AJENE (cicorie con le uova e agnello)
Ingredienti: cicorie di campagna, uova, formaggio, prezzemolo, agnello.
Preparazione: pulire, lavare e lessare la cicoria, metterla in acqua fresca per 3 o 4 ore in modo da renderla meno amara. Successivamente va messa nel tegame in cui è stato fatto rosolare l’agnello e la si lascia insaporire per mezz’ora, la si copre con le uova battute, prezzemolo, formaggio.
I KARDUNGILLE K’ E L’OVE (i cardi con le uova)
Ingredienti: cardi, uova, prezzemolo e formaggio.
Preparazione: pulire e lessare i cardi. Sgocciolare ben bene e amalgamare il tutto con uova battute, prezzemolo e formaggio.
I MULAGGNANE MBUTTUTE (melanzane ripiene)
Ingredienti: melanzane, pane raffermo, pezzetti di pomodoro fresco, basilico, prezzemolo, olio, sale, aglio, capperi, acciughe, polpa di melanzane tagliata e fritta.
Preparazione: lavare e tagliare a metà le melanzane, preparare un impasto di mollica di pane raffermo sbriciolata, di polpa di melanzane fritta, aggiungervi aglio, prezzemolo, olio, sale capperi, acciughe e pomodoro fresco a pezzi e basilico. Riempire le melanzane e infornare dopo aver aggiunto acqua, sale e olio.
A PARMEGGIANE DE MULAGGNANE (parmigiana di melanzane)
Ingredienti: melanzane, salsa di pomodoro o sugo di carne, mozzarella, basilico e formaggio parmigiano.
Preparazione: sbucciare e tagliare a fette le melanzane, salare, dorare e friggere, allinearle in un tegame, aggiungere la mozzarella a fette, il sugo e il formaggio parmigiano, quindi mettere in forno.
U PASTONE (focaccia rustica)
Ingredienti: farina, strutto o olio d’oliva, prosciutto o salame, ricotta, uova, mozzarella, caciocavallo, pepe, pancetta.
Preparazione: preparare un impasto con farina, uova e strutto per la parte esterna e stendere la pasta col matterello. In una ciotola amalgamare la ricotta con le uova battute, salame, caciocavallo, pancetta, quindi versare il contenuto sulla sfoglia, ricoprire con strisce di pasta e infornare. La parte superiore può essere spennellata con tuorlo d’uova battute.
torcinelli
I TURCIUNILLE ARRUSTUTE Ò K’Ì PATANE O FURNE (involtini di interiora)
Ingredienti: interiora d’agnello o capretto, fegato, animella di capretto o di vitello, aglio, prezzemolo, olio, sale e peperoncino.
Preparazione: lavare bene le interiora, preparare degli involtini con all’interno fegato e animelle, aglio, prezzemolo, sale, peperoncino, quindi disporli sulla brace o al forno con le patate.
U GALLUCCE RECHJÌNE (galletto ripieno)
Ogni anno a ferragosto è ancora viva la tradizione di cucinare i galletti ruspanti ripieni d’uova, salame, pepe, prezzemolo, aglio a pezzi e formaggio;
Ingredienti: galletto ruspante, uova, salame, aglio, prezzemolo, formaggio grattugiato.
Preparazione: preparare un impasto a base di uova, salame ecc., poi riempire il galletto e cucinarlo con sugo di pomodoro oppure al forno con le patate a seconda dei gusti.
I BBRASCIÒLE (involtini di vitello)
Ingredienti: fettine di carne di vitello, sale, prezzemolo, aglio a pezzetti, formaggio pecorino e pepe.
Preparazione: stendere la fetta di carne, salare, mettere il prezzemolo, aglio, formaggio grattugiato e pepe. Avvolgere e chiudere con uno spiedino d’acciaio. Vengono soffritti e cucinati in salsa di pomodoro.
I PULPETTE K’U RAGU’ (polpette col pomodoro)
Ingredienti: uova, pane, aglio, prezzemolo, formaggio, sugo di pomodoro.
Preparazione: sbriciolare la mollica di pane, unire le uova, il formaggio, il prezzemolo e l’aglio, formare delle polpette e friggerle. A parte preparare un sugo di pomodoro, versare le polpette e cuocerle nel sugo.
U BBAKKALÀ K’Ì PATANE O FURNE (baccalà con patate al forno)
Ingredienti: baccalà, patate, aglio, prezzemolo, pomodoro, pepe, olio e basilico.
Preparazione: ammorbidire in acqua il baccalà secco per 2 giorni, tagliarlo a pezzi e sistemarlo nella teglia, condire con aglio, prezzemolo, pomodoro a pezzetti, pepe, olio e basilico. Ricoprire il tutto con patate tagliate a pezzi di varia forma e cuocere al forno dopo aver aggiunto sale e poca acqua.
Può essere cucinato anche con sugo di pomodoro fresco e cipolle.
U KASECAVALLE – U PREVELÓNE – A SCAMÒRZE (caciocavallo – caciocavallo piccante – mozzarella)
Formaggio dolce, a forma di pera fatto con latte di mucca o di bufala. Sia la mozzarella che il caciocavallo possono essere cucinati alla griglia conservando il loro gustoso sapore.
REKÒTTE (ricotta fresca)
Può essere consumata fresca oppure usata per ripieni di crostate salate e dolci, per cannoli e cassate siciliane.
U SPEZZATINE (spezzatino di carne)
Ingredienti: carne d’agnello, uova, olio, aglio e prezzemolo.
Preparazione: soffriggere la carne con olio, aglio e prezzemolo, a parte battere delle uova e versarle sulla carne a cottura ultimata.
lampascioni
I PEPARULE ARRUSTUTE (i peperoni arrostiti)
Ingredienti: peperoni gialli, rossi e verdi, aglio, prezzemolo, olio e sale.
Preparazione: arrostire sulla brace i peperoni, privarli del picciolo, dei semi e della pellicola esterna, tagliarli a strisce e condirli con aglio, sale, olio e prezzemolo.
I CUCUZZILLE FRITTE (zucchine fritte)
Ingredienti: zucchine, uova, farina e olio.
Preparazione: tagliare a fette le zucchine, salare, dorare e friggere.
I SCARCIOFELE FRITTE (i carciofi fritti)
Ingredienti: carciofi, uova, farina e olio.
Preparazione: tagliare e lavare i carciofi, salare, dorare e friggere.
I SCARCIOFELE RECHJINE (i carciofi ripieni)
Ingredienti: carciofi, pane raffermo, olio, sale, aglio, prezzemolo.
Preparazione: pulire, lavare i carciofi, riempirli con mollica di pane, aglio, prezzemolo e olio. Cuocere a fuoco lento.
I LAMBASCIUNE (lambascioni o cipollacci)
Ingredienti: lambascioni, olio, aglio, aceto, prezzemolo e peperoncino.
Preparazione: pulire e lessare in aceto bianco i lambascioni, lasciarli sgocciolare quindi condirli con aglio, olio, prezzemolo e peperoncino.
I MULAGNAME A FUNGETILLE (le melanzane a funghetti)
Ingredienti: melanzane, pomodoro, aglio, basilico e olio.
Preparazione: tagliare a pezzetti le melanzane e soffriggere con aglio e olio, aggiungere del pomodoro fresco con basilico. Lasciar cuocere a fuoco lento.
cicc-cutt
I CICCEKUTTE (chicchi di grano cotto)
Ingredienti: grano tenero (bianchetto), vincotto, melograno, noci tritate e cioccolato fondente a
dadini. Per tradizione viene preparato in occasione della Festività dei Defunti (2 novembre).
Preparazione: mettere a bagno per 2 giorni il grano, cuocere e lasciare sgocciolare. Condire con mosto cotto, melograno, noci tritate e cioccolato fondente a dadini.
CURIOSITÀ: “i ciccekutte” rappresentano la vita che rinasce nell’aldilà; “u granate”(il melograno)
l’immortalità e l’abbondanza e “u vinekutte”(il vincotto) l’amicizia, la compagnia.
I MENNELE ATTERRATE (torroncini di mandorle – Dolce natalizio).
Ingredienti: mandorle, zucchero o cioccolato fondente.
Preparazione: privare le mandorle della pellicola, abbrustolirle. Da parte far sciogliere a fuoco lento lo zucchero in un tegame o il cioccolato fondente fuso a bagnomaria a seconda dei gusti. Versare le mandorle nel composto e amalgamare per un po’ sempre a fuoco lento, quindi formare dei torroncini e metterli su carta da forno da gustare quando si raffreddano.
Nei tempi passati si usava una lastra di marmo che all’occorrenza veniva oleata prima di deporvi i torroncini.
I KRUSTULE (le cartellate – Dolce tipicamente natalizio).
Ingredienti: farina, uova, zucchero, olio e vino bianco secco.
Preparazione: stendere la pasta e tagliare con la rotella dentellata delle striscioline di 3 cm. di larghezza, pizzicate ogni 4 cm, arrotolate in cerchi concentrici. Si mettono ad asciugare per alcune ore e si friggono in olio d’oliva bollente.
I KAVEZUNGILLE (calzoni dolci – Dolce natalizio)
Ingredienti: farina, zucchero e vino bianco per la sfoglia. Per l’interno utilizzare ceci ben cotti, mandorle o noci, mostocotto, cacao amaro, cioccolato fondente, scorza di limone grattugiata.
Preparazione: impastare la farina con lo zucchero e il vino per fare la sfoglia. Stendere la pasta sull’asse di legno e formare delle strisce larghe, mettere l’impasto realizzato con i ceci, mandorle o noci etc., poi chiudere il calzone e tagliare con la rotella dentellata. Lasciarli asciugare e friggere in olio bollente.
I MBRJAKILLE (tarallo dolce)
Ingredienti: farina, zucchero e vino bianco.
Preparazione: impastare la farina con uova, zucchero e vino bianco, formare dei taralli e cuocere in forno.
I SKAVEDATILLE (tarallo salato)
Ingredienti: farina, sale, semi di finocchio, vino bianco e olio.
Preparazione: impastare la farina col vino, sale, semi di finocchio, olio. Sono chiamati così perché vengono lessati ed asciugati all’aria prima di cuocerli nel forno.
U PIZZEPALUMME (ciambella pasquale)
Ingredienti: farina, uova, zucchero, olio, buccia di limone grattugiato e lievito.
Preparazione: impastare la farina con uova, zucchero, olio etc. Infornare e a cottura ultimata, cospargere la parte superiore con naspro, una glassa che si ottiene mescolando zucchero, albumi ed alcune gocce di limone. Su di essa versare delle caramelline colorate.
A PIZZA FARRATE (la pizza farrata)
E’ il classico dolce pasquale.
Ingredienti: farina, uova, zucchero, strutto o burro, lievito, ricotta, cedro, riso, vaniglia e cannella, buccia di limone grattugiata.
Preparazione: preparare un impasto con farina, uova, zucchero, strutto e lievito, alcune gocce di limoncello. Stendere la pasta ottenuta col matterello. Precedentemente si prepara un composto di ricotta, tuorli d’uova, cedro a pezzetti, riso lessato e sgocciolato bene, vaniglia e cannella, versare il tutto sulla sfoglia e ricoprire con strisce di pasta, quindi infornare. Volendo si può spennellare la parte superiore con tuorlo d’uovo battuto.

Foto di Lucera

Foggia

Storia di Foggia

crociI primi insediamenti nel Tavoliere delle Puglie cominciarono a sorgere già nel Neolitico, intorno al sesto millennio a.C. Ne sono testimonianza i vari ritrovamenti archeologici, specialmente quelli effettuati nella località detta Passo di Corvo, poco distante dalla città di Foggia.
Il villaggio più importante, poi chiamato Arpi, si trovava al centro del territorio dauno, così chiamato dal nome dell’antico popolo che – guidato, secondo la tradizione, dall’eroe omerico Diomede – vi s’insediò, estendendosi sul Tavoliere. La Daunia era indipendente sia dalla civiltà greca delle colonie sia da quella campana, e possedeva cultura e costumi propri. Tra le testimonianze più espressive di questa civiltà vi sono molti esemplari di stele daunia, blocchi di pietre con figure maschili e femminili molto stilizzate che venivano conficcate verticalmente nel terreno vicino alle sepolture, risalenti al VI secolo a. C. L’intera zona era malsana, ricca di acquitrini, di laghetti e pantani, di folte boscaglie e di canneti. Quando Arpi fu distrutta dall’invasione romana, gli scampati dall’antica cittadina poterono trovare in questa terra facili rifugi. Continuarono per secoli a rifugiarsi in quest’area, per sfuggire alle rappresaglie, ai saccheggi e alle razzie dei saraceni.
L’abitato vero e proprio si costituì in epoca non precisata, forse sotto la dominazione bizantina: di sicuro, la cittadina era completamente formata nell’undicesimo secolo, quando già dominavano i Normanni. Tra i fattori geografici che hanno portato alla nascita di Foggia, certamente primeggia quello della sua posizione strategica all’interno del sistema viario che caratterizzava la Capitanata nei primi secoli del secondo millennio, durante il passaggio dalla dominazione bizantina a quella normanna. Peraltro, un racconto a metà strada tra storia e leggenda vuole che la città sia stata fondata dopo il ritrovamento – in uno specchio d’acqua – di un’immagine sacra, ancora oggi venerata dai Foggiani, sormontata da tre fiammelle che compaiono anche nello stemma della città. E’ l’icona della Madonna (detta anche Iconavetere, o Santa Maria de Fovea, o Madonna dei Sette Veli), somigliante a quelle diffuse lungo l’Adriatico e in Grecia. Anche il toponimo sembra riferirsi a questo mitico ritrovamento: il nome di Foggia sembra, infatti, derivare dal latino volgarizzato fovea, cioè fossa, pantano.
I Normanni bonificarono la zona, le diedero impulso economico e civile e la arricchirono sotto il profilo artistico e religioso, facendo costruire la cattedrale in stile romanico. In seguito gli Svevi ebbero un ruolo fondamentale nello sviluppo della zona. Nel 1223 Federico II fece costruire un sontuoso palazzo con giardini e ampie sale che occupavano gran parte di quello che è oggi il centro storico di Foggia. Esso diventò pure centro di studi, confermando il ruolo culturalmente centrale della città nel territorio. Tanta era la predilezione per questa città che Federico II volle, dopo la sua morte, la tumulazione del proprio cuore a Foggia, nel tempio normanno. Il ricco sarcofago, sorretto da quattro colonne, si trovava accanto alla porta maggiore, ma fu distrutto, in seguito, dal terremoto del 1731. Carlo I d’Angiò scelse il palazzo svevo come “inclita sede imperiale”, cioè come sua residenza, e lo adornò e ampliò. Di questo palazzo resta ben poco: l’archivolto di pietra del portale d’ingresso e il pozzo, in massima parte ricostruito senza tener conto della forma originale.
Importante per la città e il territorio, fu la dominazione aragonese del Quattrocento. Nel 1447 gli Aragonesi istituirono la cosiddetta “Regia dogana della mena delle pecore in Puglia” che prevedeva il pagamento di un dazio da parte dei pastori che portavano le greggi a pascolare nel Tavoliere. Simbolo di questo proficuo quanto duraturo istituto sono i due Palazzi della Dogana, uno dei quali è l’attuale sede della Provincia. L’istituzione della Dogana ebbe come conseguenza negativa l’impoverimento progressivo dei contadini, che provocò l’abbandono della terra e il relativo impaludamento. Nel 1456 un forte terremoto distrusse la città.
Nel Cinquecento Foggia partecipò alla guerra franco-spagnoIa, schierandosi con la Spagna; subì gravi saccheggi dai Francesi, ma fu ricompensata dal vincitore Carlo V, che riconfermò per la città tutti gli antichi privilegi.
Nel Seicento la città fu colpita dalla peste che imperversò in tutta Italia. Alla fine del secolo fu costruita la Chiesa delle Croci, unico monumento nazionale della città. Nel 1731 Foggia fu colpita da un terribile terremoto che distrusse la città quasi completamente, causando innumerevoli morti e feriti. Poi ricostruita, Foggia tornò all’antico splendore. Sotto la dominazione borbonica, la città ebbe un nuovo impulso economico e culturale; fu attuata un’importante riforma agricola e fu promosso il commercio dei cereali. Giuseppe Bonaparte elesse Foggia “capitale delle due province di Capitanata e Contado Molise”, stabilendovi la prefettura e l’intendenza e abolendo la Dogana del Tavoliere e il Tribunale della Dogana. Infine, sotto il regno di Ferdinando II, la Chiesa collegiale di Foggia divenne sede vescovile, staccandosi dalla diocesi di Troia.
Grazie alla sua posizione strategica, tra Pescara e Bari, punto di snodo per Napoli, Foggia ebbe un ruolo più importante rispetto alle altre città del Tavoliere. Essa fu politicamente attiva, e prese parte ai moti carbonari. Dopo l’Unità d’Italia, fu dato nuovo impulso all’agricoltura. La città si sviluppò ulteriormente come centro di smistamento dei traffici tra Settentrione e Meridione.
Il Novecento vide l’arrivo a Foggia dell’acqua, grazie alla costruzione dell’acquedotto pugliese nel 1924. Con il ventennio fascista si ebbe lo spostamento dal centro antico a una nuova zona, arrivando alla demolizione di molte strade, chiese e costruzioni che oggi sarebbero d’interesse storico. Con la seconda guerra mondiale la città fu rasa al suolo dai bombardamenti delle forze alleate, proprio per la sua posizione strategica di collegamento tra nord e sud. In seguito, Foggia divenne il centro di raccolta delle truppe alleate nelle azioni in Adriatico e nei Balcani. Per questi motivi, la città fu poi insignita della medaglia d’oro al valor civile e militare.

Da visitare a Foggia

Chiesa delle CrociCattedraleMuseo Civico e Pinacoteca
Chiesa delle CrociVenne edificato alla fine del XVII secolo in seguito a un miracolo che interessò tutta la popolazione. Era 1693, quando fu mandato a predicare la missione a Foggia un frate cappuccino che giunse mentre era in atto una disastrosa siccità. Grazie alle sue preghiere ritornò la pioggia e in una processione trionfante arrivò all’incrocio di due grandi tratturi e piantò sette croci di legno simboli delle stazioni della via crucis (sette all’andata e sette al ritorno). Con il passare del tempo queste croci vennero protette da edicole caratterizzate da una cupoletta sostenuta da quattro archi, le cappelle furono recintate da un muretto di pietra in cui venne inserito un grande arco. Se visitiamo il monumento ci accorgiamo però che le cappelle sono cinque, sei con la chiesa e non sette. Ciò fu la conseguenza di una disputa fra la curia e l’ordine dei cappuccini che rese inapplicabile il progetto iniziale. L’intero complesso è stato costruito in stile Barocco. Si tratta, comunque, di un Barocco povero, privo di sfarzo, come povero e perituro è il materiale usato: tufo. L’imponente portale è costituito da una parte inferiore divisa da quattro lesene con finto capitello che inquadrano due nicchie vuote. Sopra le nicchie vi sono due riquadri con strumenti della crocifissione: da una parte chiodi e corona di spine, dall’altra martello e tenaglia. Sull’ampio arco al centro vi è una colomba bianca, simbolo dello Spirito Santo, mentre ai due lati sono effigiati il sole e la luna antropomorfi che rappresentano l’umanità di Cristo. Il cornicione reca una scritta in latino. Il portale si conclude con l’altana, un riquadro sovrastato da due angeli appena abbozzati, con in mezzo una croce di ferro. Il riquadro originariamente aveva un affresco, rappresentante la pietà, oggi completamente eroso. Ai lati dell’altana vi sono due statue e due pinnacoli. In realtà i pinnacoli sono stati messi successivamente per rimediare alla perdita delle altre statue. Attraversato l’arco, ci accolgono le cinque cappelle. La prima è la più povera per struttura e la più composita per decorazioni simboliche. Sugli estradossi degli archi emergono i bassorilievi degli oggetti della passione: la corona di spine, la tunica, i flagelli, ecc. La seconda è identica alla prima eccetto che per il fregio decorato a fogliame e rose. La terza è la più ricca. Il fregio è liscio, ma da ciascuno dei quattro pilastri emergono due lasene lavorate a colonna che rendono elegante la costruzione. La quarta ha i maggiori segni di degrado, ma è anche la più barocca. Nei capitelli emergono figure diaboliche e scimmiesche e sopra i due archi è incastonata la figura di San Michele Arcangelo, il cui culto è molto diffuso nella provincia. La quinta è molto simile alla quarta, tranne che nei capitelli molto compositi. Oltre le cappelle vi è la chiesa che fu aperta al culto nel 1879. Esternamente è molto povera: una struttura a “scatola” ai lati della quale vennero aggiunti due corpi laterali. L’interno è costituito da un’unica navata ellittica. Il soffitto è decorato con stucchi settecenteschi. Una serie di dipinti e statue ornano la chiesa. Al centro del pavimento di apre una botola coperta da una lastra tombale con un’iscrizione in latino che indica la cripta dove sono conservati i resti dei confratelli appartenenti alla Congregazione che faceva capo alla chiesa. Si dice che la cripta al tempo dei Borboni ospitasse le riunioni dei carbonari che cospiravano contro i regnanti. (fonte: informagiovani-italia.com)

CattedraleE’ stata costruita grazie al normanno Roberto il Guiscardo alla fine dell’undicesimo secolo. L’attuale cripta, ricostruita nel XIII, segna il luogo dove sorgeva l’edificio originario, sorto sopra un pantano prosciugato in corrispondenza del ritrovamento dell’Iconavetere, detta comunemente Madonna dei sette veli, che segnò la nascita di Foggia. La facciata presenta ancora tracce della ricostruzione della chiesa avvenuta nel XII secolo, in stile romanico. Essa è composta da cinque arcate cieche, al di sopra delle quali uno splendido cornicione marcapiano è decorato da motivi classicheggianti e figure zoomorfe. In seguito al terremoto del 1731 la cattedrale venne profondamente modificata nella sua pianta che da croce latina a tre navate, divenne a navata unica. Inoltre, in corrispondenza dell’ingresso laterale di destra fu aggiunto un campanile Barocco in linea con il rifacimento, anch’esso Barocco della parte superiore della chiesa. L’interno venne abbellito con arredi e decorazioni dei maestri napoletani. Attualmente la cattedrale presenta numerose opere di notevole interesse artistico, oltre a conservare la leggendaria Icona bizantineggiante della Madonna. (fonte: informagiovani-italia.com)
museo-civicopresenta diverse sezioni, tutte legate al territorio, tra le quali sicuramente spicca quella archeologica con tracce della cultura neolitica del tavoliere. I reperti di maggiore interesse riguardano l’epoca dei dauni(IX – VI secolo a. C.). Vi sono le stele daunie, che come abbiamo detto in precedenza sono delle specie di lapidi antropomorfe, ma soprattutto vi è la ceramica attraverso la quale possiamo notare i diversi periodi della storia foggiana. Dall’epoca in ci la cultura dauna non risentiva di alcuna influenza esterna e aveva sviluppato una cultura peculiare, al momento in cui appare chiaro l’ascendente del più raffinato mondo ellenico. E poiché la provincia era attraversata dalla via Traiana, alcune testimonianze mostrano anche tracce di romanità. La Pinacoteca espone opere di pittori locali o che a partire dal XVIII secolo operarono in Capitanata. Ampio spazio è dato ai pittori foggiani dell’Ottocento. Il più importante è Francesco Saverio Altamura che fece conoscere ai suoi contemporanei le tecniche in voga a quell’epoca in Francia. I suoi quadri rappresentano eventi mitologici o intense figure femminili. Tra le opere di arte contemporanea vi sono lavori di Guttuso, Levi, Dova e Guerricchio. (fonte: informagiovani-italia.com)

Foto di Foggia

Troja

(Testi e foto dal sito web istituzionale della città)

Storia di Troja

cattedrale-storicaNello stemma di Troia era raffigurata inizialmente una scrofa, che allatta sette porcellini. Carlo V lo sostituì nel 1536 con un’anfora d’oro sormontata da una corona, dalla quale guizzano cinque serpenti, a perenne ricordo dell’astuzia dei suoi abitanti.
Troia sorge sul dorsale di una stretta collina (439 m. l. m.) tra l’assolata piana del Tavoliere e le verdi valli in cui dolcemente digradano i monti del Preappennino Dauno Meridionale.
Le sue origini sono antichissime. Fondata agli albori dell’XI sec., essa inglobò tra le sue mura una preesistente “città vecchia” le cui origini si perdono nella notte dei tempi.
Inizialmente (IV-II millennio a. C.) dovette trattarsi di un insediamento umano dedito alla caccia; verso l’VIII sec. di una comunità dalle già evolute forme di vita materiale e spirituale e successivamente, a partire dal VI-V sec., di una florida e raffinata città collocabile nell’orizzonte politico e culturale della Magna Grecia.
Si sa invece, che il suo nome era Aecae in epoca romana. Lo attestano gli scritti di Polibio, Strabone e Livio, i quali forniscono anche le prime notizie certe sulla storia della città. Nel 217, nei pressi di Aecae, sulla collina, si accampò Quinto Fabio Massimo per controllare da vicino i movimenti di Annibale ritiratosi a Vibinum (Bovino). Nel 216, dopo la battaglia di Canne, la città si schierò col vincitore e per questo sarà ricordata come castra Hannibalis. Ma nel 214 i Romani ne ripresero il controllo senza tuttavia infierire sui cittadini.
Sito al centro di una fitta rete viaria (Egnathia, Appia-Traiana, Aecae-Sipontum) che collegava Roma all’Oriente passando per la Puglia, favorito da una invidiabile posizione strategica, il municipium conobbe il suo massimo splendore tra la fine della repubblica e l’inizio dell’impero. Con Settimio Severo, Aecae si aprì alla penetrazione del cristianesimo.
Tra il III-IV sec. venne eretta in diocesi. Incerta la cronotassi episcopale dei primi secoli. Fonti agiografiche e liturgiche attesterebbero l’esistenza tra il IV-VI sec. di tre vescovi santi: Marco (patrono di Bovino), Eleuterio e Secondino (patroni di Troia). Ormai certa è invece l’esistenza di Marcianus che partecipò ai concili di Roma del 501, 502, 504 e di Domnino destinatario di una lettera di Papa Pelagio (556-561).
La tradizione attribuisce alla spedizione di Costante II in Italia del 663 la distruzione di Aecae.
Che cosa ne fu di Aecae nei successivi quattro secoli non è possibile stabilirlo per mancanza di fonti. E’ ipotizzabile però che la vita nella città non si spense mai del tutto se agli albori dell’XI sec. il suo territorio pullulava di casali, chiese e conventi che orbitavano intorno a due importanti monasteri (VII sec.?), uno basiliano, l’altro benedettino tra loro collegati da una via detta “fra due terre” (oggi corso Umberto I).
Accanto a questa città e come suo naturale ampliamento, nel 1019, il catapano Basilio Bojoannes ricostruì la città alla quale per ragioni ancora del tutto oscure, venne imposto il nome di Troia.
Dopo soli tre anni dalla sua fondazione, nel 1022, essa fu assediata dall’imperatore tedesco Enrico II, intenzionato a strappare il Mezzogiorno d’Italia al dominio di Bisanzio. La generosa resistenza della popolazione costrinse l’imperatore, dopo mesi di inutile assedio, a venire a patti con la città. Grazie alla mediazione di Papa Bendetto VIII, la resa fu vantaggiosa; unica condizione l’adozione del rito latino. In seguito alla “conversione” Troia venne eretta in diocesi ed ebbe in Oriano il suo primo vescovo.
Rimasta alle dipendenze del potere poco più che nominale di Bisanzio, la città godette di fatto di una larga autonomia che difese strenuamente e progressivamente accrebbe con un’abile politica delle alleanze, strappando ai contendenti di turno donazioni, immunità e privilegi fino ad ottenere nel 1127 da Papa Onorio II una vera e propria “Charta Libertatum”.
Per questo prima si oppose ai Normanni combattendo contro Roberto il Guiscardo (1053), poi ne divenne fedele alleata. Artefice di tale politica fu l’episcopato: guida non solo spirituale della civitas troiana, esso si avvalse del prestigio che gli derivava dal dipendere direttamente da Roma per proiettarne i destini oltre gli angusti confini delle sue mura. E così in meno di 40 anni Troia ospitò ben 4 concili, tutti presieduti personalmente dal Papa (Urbano II nel 1093, Pasquale II nel 1115, Callisto II nel 1120, Onorio II nel 1127); e un suo vescovo, Gualtiero Paleario, ricoprì sotto Enrico VI la carica di Cancelliere del Regno di Sicilia, divenendo membro del Consiglio di reggenza durante la minorità di Federico II.
Della prosperità e dell’importanza raggiunte resta la testimonianza della Cattedrale i cui lavori iniziarono nel 1093 sotto il vescovo Girardo a conclusione del concilio di Urbano II, quando divenne evidente che la chiesa di S.Maria era inadeguata al nuovo ruolo che Troia andava assumendo.
Interrotti ben presto a causa di un incendio e di altre avversità, i lavori ripresero sotto il vescovo Guglielmo II dopo che la traslazione (19 luglio 1105) da Tibera a Troia delle Reliquie dei Santi Eleuterio, Ponziano e Anastasio, rese urgente il completamento dell’edificio per accogliere il gran numero di pellegrini provenienti dalle regioni confinanti.
I lavori terminarono nel 1119.
Nel 1139, dopo un’epica resistenza immortalata nel bronzo della porta minore di Oderisio (detta “della Libertà”), Troia venne sottomessa dal primo re di Sicilia, Ruggero II.
La pacificazione col nuovo regno durò solo fino alla morte (nel 1197) di Enrico VI: un sovrano che seppe ricompensare con molte elargizioni la fedeltà del popolo Troiano.
Il conflitto riesplose violento sotto Federico II: l’intenzione dello svevo di dare vita ad uno stato laico, accentrato, moderno doveva inevitabilmente scontrarsi con la tradizione guelfa, autonomista, libertaria della civitas troiana. Per domarla Federico le contrappose Lucera e Foggia, ma senza risultati. E allora la espugnò, la rase al suolo e ne mise al bando gli abitanti (1229). La popolazione rientrò in città dopo che Carlo d’Angiò, battuto Manfredi (1266), divenne il nuovo re di Sicilia.
Nel 1322 fu costruita, accanto al Castello d’Oriente, la Chiesa di San Domenico o di San Girolamo.
Possesso della regina Giovanna I (1306-1375), nel 1405 passò al conte Pierotto o Perrotto D’Andrea. Nel 1423 fu concessa a Muzio Attendolo Sforza, che divenne Conte di TROIA (1369-1442). Nel 1442 la Città capitola con l’assedio d’Alfonso d’Aragona (1396-1458) e, vent’anni dopo, aiuta Ferdinando I d’Aragona (1431-1470) a sconfiggere definitivamente gli Angioini in una battaglia immortalata sulle porte bronzee del Maschio Angioino.
Nel 1500, in seguito alla spartizione del Mezzogiorno sancita dal trattato di Granada, Troia passò con la Puglia e la Calabria sotto il dominio della Spagna.
Il 13 febbraio 1503, nell’ambito degli scontri provocati da Francesi e Spagnoli per il possesso dell’intera Italia meridionale, a Barletta 13 cavalieri Italiani vinsero un’epica “disfida” contro 13 cavalieri Francesi. Tra gli eroi capitanati dal Fieramosca figurava un cittadino troiano: Ettore De Pazzis, soprannominato “Miale da Troia”.
Il 4 luglio 1521, per disposizione dell’imperatore Carlo V, la città fu venduta a Troyano Gavaniglia, conte di Montella, per 30.000 ducati, ma conservò gran parte delle franchigie e dei capitoli di libertà. Il Gavaniglia nel 1528 diede ricovero entro le mura della città ai soldati spagnoli inseguiti dai Francesi scesi nel Regno dopo il sacco di Roma (1527) per vendicare l’oltraggio subito dal Papa ad opera dei mercenari al soldo di Carlo V. Circondata dalle milizie francesi, la città si salvò perchè ben consigliati da Giampaolo Cossa (un oriundo schierato dalla parte avversa): i Troiani astutamente fecero fuggire nottetempo gli Spagnoli e aprirono le porte agli assediati che si limitarono perciò al solo saccheggio.
Per l’aiuto ricevuto, Carlo V le concesse molti privilegi e ne modificò lo stemma. Alla scrofa che allattava 7 porcellini sostituì 5 serpenti guizzanti da un’anfora d’oro sormontata da una corona, forse a perenne ricordo dell’astuzia dei suoi abitanti.
All’ avversità dei tempi il popolo troiano seppe tuttavia reagire attingendo, alle sorgenti della fede.
Nel 1590 giunsero, infatti, i Fatebenefratelli che assunsero la cura dell’ospedale e introdussero il culto a San Giovanni di Dio, destinato ad incidere profondamente sulla religiosità popolare; nel 1605 le benedettine ebbero il nuovo monastero, voluto da mons. Felice Siliceo nel cuore del paese, di fronte alla Cattedrale e nel 1616 i cappuccini si stabilirono in un’ala del diruto castello svevo ricavandone il monastero e la chiesa di San Bernardino, distrutti qualche decennio prima da un incendio doloso. (Ricordiamo per inciso che al Concilio di Trento partecipò come legato pontificio, Gerolamo Seripando, un cardinale nato a Troia).
Dalla metà del XVII sec. alla fine del XVIII sec. furono principi di Troia i Marchesi d’Avalos del Vasto. Essi contribuirono alla rinascita della città cooperando con grandi figure di vescovi che si succedettero in quegli anni alla guida della Comunità ecclesiastica. Particolare menzione meritano: Mons. De Sangro (1676-1694) cui si deve il restauro della Cattedrale; Mons. Cavalieri (1694-1726) di cui è in corso la causa di beatificazione e che fu artefice del risveglio spirituale della città con la fondazione del Seminario e l’istituzione delle “Missioni”; Mons. Faccolli (1728-1752), che rivestì d’ornamenti barocchi la Cattedrale e ne fece ricostruire, dopo il terremoto del 1731, il braccio sinistro destinandolo a Cappella dei Santi Patroni; Mons. De Simone (1752-1777) cui si deve il braccio destro della Cattedrale (Cappella dell’Assunta), il campanile e il monumentale Palazzo Vescovile.
Con l’arrivo a Napoli (1734) di un despota illuminato come Carlo di Borbone, inizia anche per Troia una stagione di profondi sconvolgimenti. nel 1745 venne istituito il catasto e qualche anno dopo venne abolito il “Sedile di Nobiltà”: entrambi i provvedimenti infersero un duro colpo alla feudalità locale.
Nel 1788, per ordine del re Ferdinando IV, 56 preziosi codici furono confiscati all’Archivio Capitolare e trasferiti a Napoli dove sono tuttora custoditi in una camera blindata della Biblioteca Nazionale con il nome di “Fondo Cavalieri”. Ciò nonostante i Troiani si schierarono col loro re quando nel 1799 i giacobini napoletani proclamarono la Repubblica Partenopea: l’albero della libertà, simbolo della rivoluzione francese, piantato nella città venne sradicato e due medici rivoluzionari rimasero uccisi.
La restaurazione borbonica, seguita alla sconfitta di Napoleone a Waterloo (1815), segnò per Troia l’inizio di un lungo periodo di pace.
In seguito all’epidemia colerica del 1835 venne riaperto infatti l’Ospedale di San Giovanni di Dio e affidato alle cure delle Suore di Carità (1840); per volere del vescovo Monforte furono istituiti un Monte dei pegni e un Monte Frumentario, mentre per iniziativa del Comune fu istituito nei locali del monastero domenicano un orfanotrofio (1842), cui si aggiunsero con gli anni un convitto femminile e un asilo infantile (1902).
Furono questi anni tormentati anche per la comunità ecclesiale: il secolare conflitto tra il clero foggiano e la curia troiana assunse anche per una certa ambiguità nel comportamento del vescovo, toni talmente esasperati che il Papa Pio IX si vide costretto a sottrarre Foggia alla giurisdizione di Troia, e ad erigerla in diocesi autonoma. Per la città fu un grave smacco. A confortarla fu inviata una santa figura di vescovo, il domenicano fra’ Tommaso Passero che ridiede entusiasmo alla Comunità facendo eseguire lavori di restauro e di abbellimento della Cattedrale.
Nel 1860, dopo la spedizione garibaldina, con 1464 voti favorevoli e nessun contrario, Troia approvò l’annessione al regno d’Italia, ma all’indomani dell’unificazione, tra il ‘62 e il ‘63, partecipò al fenomeno del brigantaggio, divenendo teatro di violenze: tre furono le vittime. Tra di esse un sacerdote, Don Francesco Cibelli reo di essersi schierato dalla parte dei Savoia.
Tuttavia, sotto il nuovo regno, la città progredì notevolmente. I beni ecclesiastici confiscati con le leggi del 1866-67 furono destinati a servizi di pubblica utilità: intorno alla chiesa di San Bernardino sorse l’attuale cimitero e dall’orto dei Cappuccini venne ricavata la villa comunale.
Fu costruita la strada ferrata Foggia-Napoli, che ancora oggi passa per la frazione di Giardinetto a pochi chilometri dal paese e la nuova strada provinciale Troia-Foggia (1876).
Nel 1915 l’on. Salandra, da un anno alla guida del Governo, dichiarò guerra all’Austria, scaraventando l’Italia nel primo conflitto mondiale.
Tra il 1940 e il 1970 in Troia aumentò considerevolmente il numero dei suoi abitanti per l’immigrazione proveniente dai Comuni del Preappennino dauno raggiungendo 11650 abitanti nel 1956.
Dopo 964 anni, nel 1986, la Diocesi di Troia e quella di Lucera sono state soppresse ed è stata istituita una nuova diocesi denominata: Lucera-Troia.
Oggi è sede del Distretto Sanitario e comprende anche i comuni dell’ex distretto sanitario di Accadia.

Cattedrale di Troja

La CattedraleRosone
CattedraleL’epoca in cui inizia la costruzione della Cattedrale “a fundamentis fere” (quasi dalle fondamenta) è un periodo di grandi trasformazioni, di conquiste civili, di nuove espressioni artistiche, di scambi commerciali intensi, di nuovi rapporti tra popoli e razze. E’ il vescovo Girardo da Piacenza (1088-1097) nel 1093, dopo la celebrazione del primo Concilio zonale, presieduto da papa Urbano II (1088-1099) a dare vita ad un progetto di massima, che incorpora la preesistente chiesa di Santa Maria (1080-1086), oggi visibile nell’Abside, o, secondo alcuni studiosi, quella di San Secondino (V sec.). I lavori terminano nel 1120. Nel XII sec. l’impianto architettonico si presenta a croce latina, senza il braccio di crociera di dx. La fiancata “Porta della Madonna” (a sx) è rimaneggiata nel XIII sec. Nel 1741 è rifatto e modificato architettonicamente il braccio di crociera sx (Cappella dei Santi), dopo il violento terremoto del 1731 e tra il 1770 e il 1777 è aggiunto il braccio di crociera di dx (Cappella dell’Assunta). Una sostanziale modifica dell’interno si ha con il restauro del 1858. Il vescovo, mons. Tommaso Pàssero (1854-1890), fa eliminare i 19 altari gentilizi e la abbellisce con affreschi, altari e balaustrate barocchi. L’Ambone ritorna in Cattedrale, provvisoriamente sistemato nella Chiesa di San Basìlio Magno. Tra il 1950 e il 1960 l’interno è di nuovo restaurato (lavori, oggi, poco condivisi), vengono eliminati gli affreschi, l’altare e le balaustrate barocchi. La Cattedrale è dedicata a Santa Maria Assunta. Il complesso architettonico è in stile romanico-troiano.
RosoneE’ scompartito da undici colonnine con capitelli corinzi. Su di essi sono impostati altrettanti archi a semicerchio che, incrociandosi, formano nei punti di intersezione delle ogive arabesche e spazi triangolari che accolgono transenne e trilobi, gratificando così il concetto architettonico di pieno e di vuoto. I 22 campi tra le colonne e le ogive racchiudono altrettanti merletti di pietra, diversi l’un l’altro. Realizzato tra il 1160 e il 1180, è un compendio di diversi influssi stilistici (arabi, angioini).
“Nessun tipo di architettura attraverso i tempi e in tutti i paesi può vantare, per ricchezza di linea e per squisitezza di trafori geometrici, un simile rosone” (L. Fatigato).

Foto di Troja

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